25.12.09

La stagista_10

E così eccomi qui alla macchinetta del caffè insieme a Gladia, che si impunta per offrirmi la dannata bevanda mentre io insisto per offrirla a lei. Non certo per gentilezza, solo per sottolineare chi è il più anziano dei due. Alla fine la spunto io, e poi, visto che non so cosa fare, inizio a chiederle una serie di cose che non potrebbero interessarmi di meno, tipo come è arrivata alla Giacobino, come mai ha scelto di lavorare nell’editoria scolastica e roba del genere. E Gladia, che evidentemente non vedeva l’ora di ricominciare con la tiritera dei suoi studi, mi dice che dopo essersi laureata in filologia classica a Roma si è trasferita a Bologna, dove ha frequentato il Master in editoria cartacea e multimediale di Umberto Eco... Ancora questa storia? Ma non se lo ricorda che c’ero anch’io quando l'ha raccontata le prime due volte? Non riesco a crederci, mi sembra un mostruoso déjà vu. La fisso con un’espressione che deve dirla lunga su quello che penso, ma lei non se ne accorge nemmeno, anzi, ci tiene a precisare che il suo master è durato due anni. Nel caso me lo fossi dimenticato. Adesso basta, non voglio più sforzarmi di essere gentile con lei, tanto ho capito che non serve a niente. Perché Gladia ascolta (poco), capisce (?) e ricorda solo quello che vuole. E l'unica cosa che le interessa è farci capire che non è una qualunque, che è più brava, più intelligente e preparata di tutti noi. Così butto lì un’altra domanda, per sfinimento, e le chiedo quanto dura il suo stage. Non perché me ne freghi qualcosa, solo per ricordarle che lei, per ora, è soltanto una stagista. «Sei mesi» risponde. Sei mesi di questo strazio? - penso io - sei mesi di questa faccia compiaciuta e ottusa? di questa vocina odiosa che ripete ogni giorno sempre le stesse cose, nello stesso ordine, con le stesse parole? «Sai» precisa Gladia «lo stage è lungo perché è proporzionato alla durata del master...» «Che dura due anni» chiudo io, con tutto il sarcasmo di cui sono capace. Ma lei non se ne accorge e mi sorride, soddisfatta, compiaciuta come sempre.

30.11.09

La stagista_9

Alzo la testa dalle bozze e me la trovo davanti. Gladia è immobile vicino alla mia scrivania. «C’è Laura?» chiede guardandosi intorno, analizzando tutto quello che vede. La sua tranquillità mi stupisce: avventurarsi così, dopo appena una settimana di lavoro, anzi, di stage, in mezzo a gente che non conosce nemmeno, solo per venirci a cercare. Mi ricordo che quando lo stage lo facevo io, soprattutto i primi tempi, lasciavo il mio posto solo se dovevo parlare con l’editor o andare al bagno. E invece lei se ne sta qui, in mezzo alla nostra redazione, senza nessun imbarazzo. Anzi, fa roteare la chiave per la macchina del caffè (ne ha già una tutta sua?) e mi guarda con un sorriso malizioso. A ogni giro il suo portachiavi, un grosso fiore di plastica, scatta con un rumore secco, che nel silenzio completo dell’ambiente risuona come un’esplosione. Per un attimo mi è sembrata uno di quei personaggi da film dell’orrore, apparentemente educata e inappuntabile, che piano piano diventa sempre più invadente fino a rivelarsi per come è veramente, cioè una psicopatica sanguinaria. Che cosa vuole ancora da me? Cosa sta aspettando? Le ho detto con voce inespressiva che Laura non c’è, speravo che questo bastasse a rispedirla al suo posto. Ma lei niente, continua a fissarmi come se non avessi parlato. Come sempre, gli altri redattori restano immobili davanti ai loro computer, fingono di essere concentrati nel lavoro, e intanto non si perdono una parola del nostro dialogo. (Mi è sempre piaciuta l’impassibilità dei miei colleghi, potrei aprirmi il ventre in mezzo a loro e non volterebbero nemmeno la testa.) «E così è qui che state», dice Gladia tutta soddisfatta, come se avesse scoperto chissà cosa. Probabilmente è venuta qui solo per finire la perlustrazione completa dell’edificio, che conoscerà già a memoria. In ogni caso non voglio che si fermi un minuto di più, così prendo la mia chiavetta e la accompagno a bere il suo maledetto caffè. E intanto penso che non c’è speranza, che ormai è nata un’abitudine pericolosa. Tutta colpa degli errori strategici di Laura e del suo buon cuore. Mi immagino Gladia che arriva ogni giorno, alla solita ora, e si piazza lì a dondolare il suo grosso fiore di plastica, per invitarci a bere il caffè. Ma anche questo non sarà abbastanza, dopo vorrà pranzare con noi, verrà a chiamarci anche per la merenda e chissà cos’altro. Un incubo.

20.11.09

Vita da redattore_5

Morgan Braganza, il geniale architetto lusitano che ha progettato la sede-mausoleo della Giacobino Editore (vedi La stagista_1), ha disposto tutte le redazioni del gruppo in enormi open space che occupano due piani interi del palazzone. Questo significa che posso vedere Gladia curva sulle bozze o mentre discute con le sue smorte colleghe di Studia & Labora, a cento metri di distanza, senza dovermi alzare dalla mia scrivania. Ma significa soprattutto che qui dentro la privacy è stata abolita.
Quando ho iniziato a lavorare per la Giacobino scuola c’erano due cose della vita d’ufficio che mi risultavano nuove e particolarmente fastidiose. La prima era il male al fondoschiena che mi prendeva, bruciante, già a metà giornata – dovuto, credo, alla mia scarsa abitudine a stare seduto tante ore di fila. La seconda era il rumore prodotto dalle voci di decine di persone, di mouse cliccanti e di tastiere all’opera, mescolati al ronzio subliminale dei computer, ai cassetti di lamiera che sbattevano, ai fogli delle bozze che venivano sventagliati da una scrivania all’altra, strappati, accartocciati... Un rumore denso, soffocante, che saturava l’aria e in certi momenti riusciva ad azzerare la mia già scarsa capacità di concentrazione.
Senza che ne avessi la minima voglia, potevo ascoltare le conversazioni e le telefonate di tutti, dall’editor che parlava con gli autori o con i redattori, ai redattori che parlavano con – in ordine sparso – impaginatori, correttori di bozze, grafici, revisori, collaboratori occasionali, giù giù fino a un folto sottobosco di fidanzati, coniugi, amanti e parenti senza nome. Per non dire di quei redattori che parlavano da soli perché li aiutava a concentrarsi, o di quelli che se la prendevano con il loro computer perché, dicevano, non funzionava, mentre erano loro che non lo sapevano usare. E per non dire nemmeno della segretaria, che quando (raramente) non era chiusa nel bagno degli uomini a fumare, a truccarsi o a spazzolarsi i capelli, ma si trovava alla sua scrivania, e non dormiva con la testa appoggiata sulla tastiera, come capitava ogni tanto, trascorreva il suo tempo attaccata al telefono a chiacchierare con la madre o a rimbeccarsi a sangue col marito.
Ma dopo anni di contratti a progetto ho finito con l’abituarmi a questo ribollire ininterrotto. E anche il mio sedere si è avvezzato alla sedia, al punto che ormai la trova decisamente comoda.
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