Arriva l’editor, il mio capo*, che mi dà una delle sue pesanti pacche sulle spalle e rivolge a Gladia un saluto un po’ troppo cerimonioso. Pensavo che il suo arrivo mi avrebbe salvato dalla noia vischiosa in cui mi dibattevo, ma dopo i soliti convenevoli le cose sono andate anche peggio. Volevo presentargli Gladia, ma lui ha tagliato corto dicendo che loro si conoscevano già. Avevano chiacchierato un paio di volte, sembra. Me la immagino, Gladia, che capita casualmente nell’ufficio dell’editor e gli si presenta, gli offre i suoi servigi e cerca di ingraziarselo… Forse non esagero, visto che lui le sta domandando: «si ricorda di procurarmi quei materiali di cui mi parlava l’altro giorno, quegli opuscoli sulle prove di selezione per il master di Eco?» E poi, voltandosi verso di me, giusto per farmi capire qualcosa, mi spiega che siccome deve tenere un lezione sull’editoria in un corso postuniversitario ha chiesto a Gladia qualche informazione su questo master. Che è il migliore in Italia, precisa. Se non fossi diventato insensibile alle infinite trovate di cui è capace l’editor, adesso sarei già in preda allo sconcerto. La stagista è raggiante, i suoi occhi lanciano lampi di soddisfazione, come due lampadine. Lui la guarda come se pendesse dalle sue labbra – ma in fondo è la faccia standard che assume davanti a ogni donna –, le chiede in cosa consistevano i test di ammissione al corso, e lei, che ovviamente non vedeva l’ora di poter sciorinare le tappe della sua via crucis formativa, inizia a spiegargli tutto nei minimi dettagli. (continua...)
* In realtà, il mio Contratto di lavoro a progetto specifica, al punto 5, che «è escluso qualsiasi vincolo di subordinazione, potere gerarchico o disciplinare...». Ma le cose, diciamo, non stanno propriamente così.
17.1.10
4.1.10
La stagista_11
Ho capito l’unica cosa che c’era da capire: Gladia è di una noia indescrivibile. A conti fatti aveva sì e no un paio di cose da dirmi, e nessuna delle due mi interessava minimamente. Adesso ho la certezza che io e lei non abbiamo niente in comune e, soprattutto, che c’è ben poco da conoscere oltre alla sua brillante carriera scolastica. Perché la ragazza non ha spessore, sembra piatta, sottile, come la carta su cui è scritto il suo curriculum. Lo penso mentre fingo di ascoltare l’insignificante aneddoto su Umberto Eco che mi sta raccontando nei minimi dettagli, con notazioni tipo «sapessi quanto è intelligente, ironico, e colto!»... Ma va? Chi l’avrebbe detto? Se solo potessi versarle addosso la dannata bevanda bollente e andarmene. Invece mi mordo la lingua e mi sforzo di soffocare sul nascere l’ennesimo sbadiglio.
25.12.09
La stagista_10
E così eccomi qui alla macchinetta del caffè insieme a Gladia, che si impunta per offrirmi la dannata bevanda mentre io insisto per offrirla a lei. Non certo per gentilezza, solo per sottolineare chi è il più anziano dei due. Alla fine la spunto io, e poi, visto che non so cosa fare, inizio a chiederle una serie di cose che non potrebbero interessarmi di meno, tipo come è arrivata alla Giacobino, come mai ha scelto di lavorare nell’editoria scolastica e roba del genere. E Gladia, che evidentemente non vedeva l’ora di ricominciare con la tiritera dei suoi studi, mi dice che dopo essersi laureata in filologia classica a Roma si è trasferita a Bologna, dove ha frequentato il Master in editoria cartacea e multimediale di Umberto Eco... Ancora questa storia? Ma non se lo ricorda che c’ero anch’io quando l'ha raccontata le prime due volte? Non riesco a crederci, mi sembra un mostruoso déjà vu. La fisso con un’espressione che deve dirla lunga su quello che penso, ma lei non se ne accorge nemmeno, anzi, ci tiene a precisare che il suo master è durato due anni. Nel caso me lo fossi dimenticato. Adesso basta, non voglio più sforzarmi di essere gentile con lei, tanto ho capito che non serve a niente. Perché Gladia ascolta (poco), capisce (?) e ricorda solo quello che vuole. E l'unica cosa che le interessa è farci capire che non è una qualunque, che è più brava, più intelligente e preparata di tutti noi. Così butto lì un’altra domanda, per sfinimento, e le chiedo quanto dura il suo stage. Non perché me ne freghi qualcosa, solo per ricordarle che lei, per ora, è soltanto una stagista. «Sei mesi» risponde. Sei mesi di questo strazio? - penso io - sei mesi di questa faccia compiaciuta e ottusa? di questa vocina odiosa che ripete ogni giorno sempre le stesse cose, nello stesso ordine, con le stesse parole? «Sai» precisa Gladia «lo stage è lungo perché è proporzionato alla durata del master...» «Che dura due anni» chiudo io, con tutto il sarcasmo di cui sono capace. Ma lei non se ne accorge e mi sorride, soddisfatta, compiaciuta come sempre.
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