6.8.11

Foto di famiglia_13

Nella stanza dei santini non avevo pace, perché oltre a mantenere l’ordine dovevo anche aiutare i clienti nelle loro ricerche, se me lo chiedevano. E io di tutti quei santi ne conoscevo sì e no una decina. Comunque, visto che non mi interessava fare carriera alla libreria Tau e che il mio lavoro sarebbe comunque finito entro tre giorni, non ci mettevo certo molto impegno a aiutare i clienti, che di solito venivano da me con le richieste più strane. Cose tipo: «Non trovo le immagini di san Pellegrino Laziosi, le avete spostate?». Oppure: «Mi può dire dov’è santa Casilda da Toledo?». Io ricordavo il rigido ordine alfabetico degli espositori, anche se, sinceramente, non avrei saputo dire se la santa in questione fosse sotto la c di Casilda o la t di Toledo. Ma i clienti facevano anche domande più complesse, e assurde: «Non avete un formato più grande dell’immagine di Eurosia di Jaca?» mi aveva chiesto, per esempio, una ragazza con gli occhiali spessi un dito e una pelle dal colore lunare. «Chi?» le avevo risposto un po’ stizzito, lo ammetto. «Sant’Eurosia, la protettrice dei raccolti dai fulmini e dalle grandinate!» aveva detto lei, visibilmente incazzata. Ma esisteva davvero un santino di questa santa? Chi l’aveva mai sentita nominare? E c’era anche qualcuno che lo voleva, anzi, che ne cercava uno più grande? Le avevo risposto che non l’avevamo. E la ragazza si era allontanata disgustata, forse era andata a chiedere direttamente ai fratelli Gibigiana. Non avevo fatto in tempo a riordinare nemmeno uno scomparto che un’altra fanciulla diafana mi aveva tirato per una manica chiedendomi a bruciapelo: «Che immagini avete dei Sette santi fratelli Maccabei?» Ovviamente non ne avevamo neanche una. Così, anche a lei, avevo ripetuto le risposte standard che c'erano scritte nel foglio passatomi dal Gibigiana maschio, una reliquia ciclostilata a Roma nel 1956, anno di fondazione della Tau Edizioni. Emettevo frasi impersonali come un risponditore automatico, cose tipo: «le immagini dei santi sono esposte in ordine alfabetico», «le immagini sono divise per lettera in base al nome», «se un’immagine non è esposta significa che non è disponibile», «se l’immagine non è disponibile provvederemo a procurarvela entro dieci giorni, basta che compiliate il formulario che trovate alla cassa…». Ero freddo, rapido, poco gradevole. Anche perché quella gente mi sembrava esaltata, fanatica, più o meno come quei kamikaze che si erano schiantati contro le torri gemelle il giorno prima. Quindi non facevo il minimo sforzo per sembrare simpatico. Non volevo esserlo. Comunque nessuno si lamentava. Al massimo se ne andavano un po’ abbattuti, per le loro ricerche frustrate, mentre altri ripiegavano su qualcosa di più comune: «Non avete una bella immaginetta di san Gratiliano?». Pochissimi insistevano. La ragazza smunta che cercava santa Eurosia, per esempio, era tornata due volte di seguito, stolida, sempre più petulante: «Mi fa vedere un poster di santa Eurosia?». Evidentemente non aveva memoria o proprio non lo capiva che di santa Eurosia non avevamo niente. Così avevo provato a indirizzarla verso gli unici poster disponibili, quelli del Sacro cuore di Gesù, di papa Wojtyla (all’epoca vivente e non ancora beato) e di don Álvaro del Portillo (solo in seguito avrei scoperto che si trattava di un alto prelato dell’Opus Dei). Il poster di don Álvaro era orrendo, eppure era un vero bestseller della libreria: si vendeva a una velocità impressionante e infatti, in magazzino, ne avevano scorte industriali. (Perché tanta gente comprava i poster di un pezzo grosso dell’Opus Dei? Perché?) Ma la ragazza petulante non lo voleva. «Insomma» strillava «non avete santini e neanche un poster di santa Eurosia?! Possibile che non riesca a trovarlo da nessuna parte?!». Proprio non riusciva a capacitarsi. Stava per mettersi a piangere. Io le avrei dato un ceffone, così forse si calmava. Poi era scappata a lamentarsi dal Gibigiana maschio che, come Gesù, l’aveva blandita posandole una mano sulla fronte e regalandole un bel rosario di plastica. E io mi chiedo perché una ragazza di vent’anni volesse proprio il poster di una santa che proteggeva i raccolti dai fulmini e dalle grandinate e che era morta – come avrei appreso dal dizionario dei santi - nel nono secolo dopo Cristo.

20.7.11

Vita da redattore_17

Poi è squillato il telefono di Gladia. Era l’editor, la stava convocando alla riunione. Ma come, lei è stata invitata e io no? La vedo prendere l’agendina e certi fogli che aveva preparato sulla scrivania. Si alza, mi sorride velocemente e se ne va, con l’aria di una che ha molto da fare.
Non so di cosa abbiano discusso là dentro, so solo che la riunione è andata avanti parecchio. Poi, quando ormai avevo smesso di pensarci, è suonato anche il mio telefono. Ancora l’editor, chiedeva di andare da lui. Ecco, lo sapevo che avrebbero invitato anche me, dovevo solo avere pazienza. Forse gli Autori volevano discutere di come organizzare il lavoro futuro, oppure avevano visto le bozze e volevano farmi i complimenti per come stava venendo il loro libro… Camminando nel corridoio ho provato anche qualche risposta alle loro domande più probabili, perché volevo fare una bella figura. Mi sono addirittura specchiato davanti all’ascensore per controllare che fossi in ordine. (A pensarci oggi, mi vergogno di essere stato così ingenuo.)
Ma le mie fantasie sono durate poco. Una volta entrato nella sala 2 mi sono trovato davanti il grande tavolo delle riunioni, vuoto. O almeno così sembrava, perché i tre Autori erano raggruppati dalla parte opposta della stanza, stretti in modo imbarazzante intorno a Gladia. Solo l’editor ha sentito il mio saluto. Era l’unico seduto al lato lungo del tavolo e mi stava aspettando. Gli Autori invece discutevano con Gladia di teorie estetiche, facevano un mucchio di nomi ma io mi ricordo solo quello di Panofsky, anche perché era l’unico autore che conoscevo.
Se pensavo che l’editor volesse farmi partecipare alla riunione mi sbagliavo. Infatti mi ha messo in mano un mazzetto di fogli, si è avvicinato al mio orecchio, per non disturbare la discussione, e mi ha bisbigliato di farne quattro copie. In fretta, grazie.
Mentre andavo alla fotocopiatrice non ho potuto fare a meno di sentirmi frustrato. Mi sono lamentato con me stesso per come venivo sottovalutato rispetto a Gladia, che godeva già della considerazione generale mentre io, che lavoravo in quel posto da anni, che faticavo sui testi spesso insensati di quei tre per trasformarli in un libro leggibile, io venivo praticamente ignorato da tutti. Ma per fortuna non avevo molto tempo per l’autocommiserazione. Ho buttato i fogli nella macchina – si trattava dell’indice dei box affidati a Gladia e la copia dei primi che aveva scritto –, ho fascicolato alla perfezione le quattro copie richieste e sono tornato nella sala riunioni. L’editor e i vecchioni sembravano rapiti dalla stagista che, se ho capito bene, stava illustrando la sua personale concezione dell’arte barocca. L’editor, senza scollare gli occhi da lei, mi ha sfilato le fotocopie dalle mani e le ha distribuite lentamente agli altri, che hanno tastato a caso il tavolo, come ciechi, per riuscire a prenderli senza lasciarsi sfuggire nemmeno una parola della ragazza.
Evidentemente ero l’unico a non subire l’incantesimo della sua voce.
Lei ha ruotato gli occhi verso la porta per incrociare i miei. Occhi dorati e radiosi, abbastanza lucidi di compiacimento da farmi intendere che stava letteralmente godendo delle attenzioni di quel gruppetto di uomini. Per un istante ho avuto la sgradevole visione di quello che il tavolo fortunatamente celava: quattro erezioni senili che puntavano invano verso di lei.
Forse a Gladia sarebbe piaciuto soggiogare anche me, finalmente, ma i nostri sguardi, dopo un attimo insopportabile di fastidio reciproco, si sono sgrovigliati. L’attimo dopo io ero già sparito.

9.7.11

I miserabili_4

Alla fine Amalia mi telefona, dopo un paio di giorni.
Esaurite le solite smancerie, mi dice di aver chiamato l’amministrazione per avere chiarimenti e di aver scoperto che in effetti è andata proprio come sospettava lei, cioè che il mio contratto, perfettamente in regola e firmato da tutti, si è arenato, non si sa bene quando, nei loro uffici, per colpa di uno dei soliti disguidi…
«E il mio pagamento?» chiedo.
«Purtroppo, siccome non c’era traccia del tuo contratto, il pagamento di maggio non è andato a buon fine».
Me ne ero accorto.
Ascolto in silenzio Amalia che mi chiede personalmente scusa per questo spiacevole disguido e mi raccomanda di presentare due note di pagamento il mese prossimo, per avere anche lo stipendio arretrato.
«E il mio contratto quando arriverà?» chiedo, retoricamente.
«Presto, prestissimo!»
«Sarebbe ora, visto che lo aspetto da due mesi» vorrei dirle, ma rimango zitto.
«Appena lo ricevo dall’amministrazione te lo mando, non ti preoccupare!» promette Amalia in uno dei suoi slanci di tranquillizzante solerzia. E poi non la smette più di scusarsi per questo contrattempo, e per il disagio che ho subito, e per non essere stata in grado di darmi una risposta prima eccetera.
Se non la conoscessi da tempo, se non avessi sentito così tante volte queste sue frasi affettate e non sapessi che sono prive di sostanza, che non valgono niente, forse, dico forse, potrei anche commuovermi.

29.6.11

Vita da redattore_16

Mentre telefono al bar di fronte penso: strano che l’editor non mi abbia invitato alla riunione, visto che alla redazione del Grande manuale di storia dell’arte ci lavoro io… E intanto elenco le richieste dei tre professori alla ragazza cinese del bar, che a ogni parola mi chiede di ripetere, per favore, perché non ci sente e poi l’italiano lo capisce poco. Io ripeto, scandisco alzando la voce come posso: UN PANINO CON PROSCIUTTO CRUDO… CRUDO, NON COTTO… E nel silenzio completo della redazione le mie parole risuonano in modo surreale e a dir poco imbarazzante. …UNO CON MOZZARELLA E INSALATA… In fondo, continuo a pensare, sarebbe stato anche peggio partecipare alla riunione* e poi stare in mezzo a quei tre senza aprir bocca, senza che nessuno chiedesse mai la mia opinione. …CON VERDURE E MOZZARELLA… NO, SENZA TONNO… E UN CAFFÈ D’ORZO… bisbiglio, sperando di non doverle fare anche lo spelling di MOZZARELLA. Del resto, penso, se gli autori sono venuti per parlare del loro contratto, di compensi e royalties, è più che giusto che io non sia presente… Ma tutto questo, realizzo ripetendo per la terza volta l’ordinazione alla ragazza, che giustamente non capisce cosa c’entri l’ORZO col CAFFÈ, tutto questo me lo dico solo per farmene una ragione, per consolarmi, perché in realtà mi dà proprio fastidio non essere là, insieme agli altri, nella sala 2.

21.6.11

I miserabili_3

Dunque, venerdì Amalia non mi ha più chiamato. Poi c’è stato il fine settimana, e va bene. Io mi ero ripromesso di scriverle subito, lunedì mattina, per ricordarle la mia questione. Ma poi ho rimandato al pomeriggio, sia perché ho avuto altro da fare sia perché, pensavo, forse anche lei era in attesa di notizie da riferirmi. Non mi aveva detto di stare tranquillo, che mi avrebbe telefonato lei?
A metà pomeriggio ho deciso che avevo aspettato abbastanza, così le ho scritto un’email telegrafica:

cara Amalia, per caso hai avuto notizie del mio contratto e del mio mancato pagamento del mese di maggio?

Ho guardato l’ora sullo schermo del computer, le 17:15. Se anche l’avesse letta subito – cosa molto improbabile – e si fosse ricordata di chiamare l’amministrazione, probabilmente non avrebbe trovato nessuno con cui parlare. Meglio rassegnarsi, quindi, e aspettare ancora, almeno fino a domani.

16.6.11

I miserabili_2

Il giorno dopo aspetto tutta la mattina.
Da Amalia nessuna notizia.
Inizio a pensare che il mio nuovo contratto, semplicemente, non esista ancora.
Basta, chiamo l’editor sul cellulare. Me ne frego se è l’ora del pranzo. Lui risponde subito e quando gli spiego l’accaduto sembra sinceramente sorpreso. Non capisce come possa essere successo, dice, perché il mio contratto era firmatissimo (sic) da tempo. E poi scarica come sempre il barile sull’amministrazione centrale della Giacobino, che è mastodontica e farraginosa e lenta…
Lui parla, parla, e io finisco col credere alle sue frasi rassicuranti.
Ma poi penso che forse sta solo cercando di coprire qualche manovra losca che in realtà conosce benissimo, che forse è stata ispirata proprio da lui.
Così gli dico che è dalla fine di marzo che scrivo a Amalia, la coordinatrice, per sapere qualcosa del mio contratto nuovo, e che lei non ha mai risposto. Mai. Nemmeno oggi.
Lui tace per qualche secondo, poi dice che ne parla subito con lei e mi fa chiamare al più presto.
Sei minuti dopo, Amalia mi telefona.
Un evento incredibile.
Appena rispondo mi investe subito con le sue solite smancerie, dice non preoccuparti, ma figuriamoci, certo che il tuo contratto esiste… perché noi abbiamo bisogno di te, sei fondamentale per la redazione… Il contratto, continua Amalia, si sarà bloccato in qualche ufficio dell’amministrazione, perché devi sapere che quegli uffici ci creano sempre moltissimi problemi…
E parte con la descrizione dell’ufficio che si occupa dei collaboratori a progetto, un ufficio che a sua volta, pensa un po’, è gestito da collaboratori a progetto. Collaboratori che cambiano velocemente, forse ogni mese, e che lasciano le pratiche in sospeso o se le perdono per strada.
Insomma, un kafkiano sistema a scatole cinesi senza fondo in cui contratti e note di pagamento spariscono senza lasciare traccia.
Bisogna ammetterlo, Amalia è una maestra nell’arte della distorsione del reale.
Alla fine, comunque, con quel suo tono melodioso e anestetizzante, mi sussurra che subito dopo la pausa pranzo telefonerà in amministrazione per avere notizie del mio contratto e, soprattutto, per capire come mai io non sia stato pagato. Non mi devo preoccupare. Appena sa qualcosa mi telefona per aggiornarmi. Ci sentiamo nel primo pomeriggio, dice.
E io faccio finta di crederle.

Quando me ne vado dall’ufficio sono quasi le sette di sera.
Amalia, ovviamente, non l’ho più sentita.

7.6.11

I miserabili

Questo mese non sono stato pagato e non so perché.
Ora, noi collaboratori a progetto riceviamo uno stipendio mensile, come i redattori assunti, ma non in modo automatico: a inizio mese dobbiamo presentare una nota di pagamento, cioè un foglio in cui scriviamo la cifra prevista, ottenuta dividendo il compenso complessivo stabilito dal contratto in corso per il numero di mesi della sua durata. E così ho fatto anche questo mese, come sempre. Sul mio conto corrente però non risultano accrediti da parte della Giacobino, mentre gli altri collaboratori confermano di essere stati pagati regolarmente.
Dovrei parlarne con l’editor, ma è andato non so dove per incontrare qualche autore. E comunque in queste faccende è praticamente inutile. Di solito se la cava rimandandoti alla segretaria, alla coordinatrice, oppure scaricando il barile sull’amministrazione centrale del gruppo, che è mastodontica e lenta e ogni tanto, dovendo gestire centinaia di collaboratori, qualche errore lo commette.
Certo.
Allora scrivo a Amalia, la nostra coordinatrice. Lei potrebbe sapermi dare una risposta. Peccato che sia sempre occupatissima da questioni urgenti e della massima importanza, sopraffatta da quantità di lavoro incomprensibili per noi semplici mortali.
O almeno così sembra. Ed è così indaffarata che risponde poco al telefono e quasi mai alle email. Io le ho scritto almeno cinque volte dalla fine di marzo, quando è scaduto il mio contratto, per avere notizie riguardo a quello nuovo, che in teoria dovrebbe essere iniziato a aprile.
Ma siamo ai primi di giugno e da Amalia non ho mai avuto risposta.
L’email che le scrivo oggi è decisamente meno gentile delle altre: le dico del pagamento saltato e le chiedo se il mio contratto esiste oppure no. Mi può dare una risposta al più presto, per favore?
Ingenuamente mi aspetto che mi richiami nel giro di pochi minuti. Così non mi muovo per nessun motivo dalla scrivania, per evitare che il telefono suoni mentre sono lontano.
Dopo tre ore non ho ricevuto nemmeno un’email.

22.5.11

Foto di famiglia_12

L’oggettistica sacra in vendita alla Libreria Tau consisteva in statuine del presepe, statue della Madonna di ogni tipo, di Lourdes e di Loreto, bianche e nere, provviste di Bambino e senza, e poi bassorilievi e statue in gesso di ogni misura raffiguranti i santi più famosi: san Francesco, sant’Antonio, santa Rita. Ma anche qualche santo di nicchia come Teresa di Lisieux. Poi c’erano centinaia di oggetti per il culto, calici, turiboli, croci. Incensi, rosari ad anello e a collana. Angeli di tutte le fogge (che da soli riempivano intere vetrine) e in ogni materiale esistente, dalla ceramica alla plastica fosforescente antiurto (sempre in voga nel campo della paccottiglia religiosa), fino al legno intagliato a mano, sembra, da artigiani di qualche valle alpina (o più probabilmente in Cina). E poi dischi e spartiti di musica classica o religiosa, videocassette più meno d’essai e poster naif di santi e delle solite madonne, di Gesù oleografici e di radiosi papi benedicenti. Soprattutto, però, la libreria vendeva centinaia, migliaia di santini.
Una volta finito di ripulire la pregiata oggettistica sacra (sacra come le magliette e le bandierine che vendono davanti agli stadi), i Gibigiana, proprio come aveva detto la ragazza dell’agenzia, mi avevano affidato un compito diverso. Dovevo riordinare proprio gli espositori dei santini, che occupavano una stanza intera separata dal resto del negozio. Ho capito subito perché quella roba aveva uno spazio apposta, perché erano meta di un flusso continuo di gente, soprattutto giovani e religiosi, che non ne compravano solo uno o un paio, ma decine. Ne mettevano insieme mazzi interi. Ne riempivano buste, borse, scatole. Passavano in rassegna gli espositori che ricoprivano le pareti del locale e li sceglievano come si scelgono le cartoline o le figurine. E quando, dopo minuziosa osservazione, decidevano di non comprarli o di sceglierne altri, non rimettevano i santini al loro posto. Se ne fregavano dell’ordine alfabetico che regolava la stanza. Di solito li ributtavano sopra gli altri, alla rovescia, oppure li appoggiavano a casaccio dove capitava. E il mio compito era proprio quello di tenere in ordine i raccoglitori, di individuare i santi fuori posto e rabboccare le caselle più saccheggiate.
Ovviamente era un lavoro del tutto inutile perché l’ordine che riuscivo a riportare durava pochi minuti. Ma per lo meno in quella stanzetta potevo stare lontano dai due Gibigiana. Li sentivo ridere continuamente con i loro affezionati clienti, ma almeno non li vedevo, ed era già qualcosa.

28.4.11

Vita da redattore_15

Il giorno della riunione, gli Autori del manuale di storia dell’arte erano attesi con il nervosismo dei grandi eventi. L’editor era in redazione dall’alba e continuava a rovistare senza senso fra i contratti in archivio. Mi ha telefonato almeno quattro volte, agitatissimo, per chiedermi di aiutarlo a cercare dei documenti che sembravano spariti e che invece aveva già sulla scrivania. Doveva discutere con gli Autori di come ripartire le royalties della nuova edizione del libro. Una delicatissima operazione di diplomazia editoriale.
Alle tre in punto, quando dalla reception ci hanno avvisato che erano arrivati e stavano salendo in ascensore, l’editor ha spedito me a accoglierli, mentre tentava di trovare le carte che gli servivano nel marasma del suo ufficio.
Stavo pensando a come presentarmi, quando le porte dell’ascensore si sono aperte e i tre illustri professori hanno fatto la loro comparsa. Era la prima volta che li vedevo in carne e ossa. Tutti troppo magri, troppo alti, un po’ ricurvi, raggrinziti. Potevano essere fratelli, perché si spartivano equamente la stessa bruttezza. Non erano vecchi, piuttosto avevano un’età indefinibile, come certi animali. Parlavano fitto tra loro e hanno ricambiato il mio saluto con una mezza smorfia collettiva. Poi mi sono venuti incontro senza smettere di chiacchierare. Io gli facevo strada, aprivo le porte e li pregavo di avere solo qualche minuto di pazienza perché l’editor, impegnato in una telefonata, sarebbe arrivato subito. Loro strisciavano piano, indolenti, senza mostrare il minimo interesse per me. Io invece li osservavo e provavo ad abbinare i tre famosi nomi, sentiti ripetere tante volte, a quei mostri. Il più anziano, intuivo, doveva essere anche il più importante tra loro.
Per fortuna l’editor ci ha raggiunti davvero pochi minuti dopo, perché io non sapevo più cosa inventarmi. Li ha salutati e poi si è praticamente genuflesso, in segno di sottomissione. Si sarebbe fatto camminare sulla schiena per metterli a loro agio. Lui è così bravo a gratificare l’ego degli Autori.
Esauriti i soliti inutili convenevoli per sapere come stavano, se il loro treno era arrivato in orario, se avevano viaggiato bene, se avevano trovato subito un taxi eccetera, l’editor ha iniziato a ridere a ogni freddura che usciva dalle loro bocche. Se fingeva, lo faceva molto bene. Il più anziano, a un certo punto, si è messo a sfottere un venditore ambulante che alla stazione aveva osato proporgli l’acquisto di un ombrellino - venditore che a lui sembrava pure un po’ ricchione (parole sue). E giù altre risate di gruppo.
Il senso dell’umorismo di certi intellettuali è una cosa davvero triste.
Ho seguito il simpatico gruppo nel corridoio mantenendomi sempre a qualche passo di distanza, come un maggiordomo, anche perché non sapevo se potevo partecipare alla riunione o dovevo andarmene. La cosa, come al solito, non era per niente chiara. Ma una volta arrivati davanti alla sala riunioni numero 2, proprio quando avevo deciso di allontanarmi, l’editor ha chiesto ai tre se gradivano bere o mangiare qualcosa, ha preso nota e poi, facendomi un cenno, ha risolto ogni mio indugio. Mi ha passato la lista con le ordinazioni e mi ha chiesto di telefonare (in fretta!) al bar di fronte. Poi si sono chiusi nella sala 2, e anche là dentro, ho sentito dal corridoio, non la smettevano di ridere.

9.4.11

Foto di famiglia_11

Il secondo giorno alla libreria Tau, dopo aver spolverato una per una le statuine del presepe napoletano, ero ancora più determinato a andarmene. Così ho aspettato con impazienza la pausa pranzo per telefonare all’agenzia.
«Ci sono problemi?» ha chiesto la ragazza, e sembrava proprio sorpresa di sentirmi. Forse avvertiva la rogna in arrivo.
Senza tanti giri di parole le ho detto che il lavoro non mi piaceva e che non avevo intenzione di continuare il mio periodo di prova.
«Ma come mai?» ha chiesto dopo qualche secondo di silenzio incredulo «…per caso è successo qualcosa?».
Prima di chiamarla avevo pensato a quale scusa inventarmi, volevo fingere un imprevisto, qualcosa di grave per giustificare la mia scelta di andarmene, e invece ecco che le stavo già dicendo la verità.
«Sinceramente non credevo di dover fare le pulizie nel negozio».
Era stato così semplice. Mi sentivo soddisfatto.
Pensavo in continuazione ai fatti del giorno prima, agli aerei kamikaze, alle torri gemelle che si sbriciolavano, a quei corpi che cadevano nel vuoto, che esplodevano a terra, e la mia piccola questione di lavoro mi sembrava una cosa senza nessuna importanza. Volevo solo risolverla, al più presto.
«Forse sarebbe meglio cercare subito una persona per sostituirmi» avevo suggerito alla ragazza. Ci sarà pur stato qualcuno da ripescare tra quelli esclusi alla prima selezione. E se non c’era potevano fare altri colloqui, no? Che si arrangiassero, insomma. Io li avevo avvisati, più di questo non potevo fare. Ma la ragazza provava comunque a insistere, con consumata gentilezza: «Forse, Daniele, dovresti avere un po’ di pazienza, in fondo oggi è solo il secondo giorno di lavoro ed è normale fare un po’ di gavetta, all’inizio… non devi lasciarti condizionare dalle prime impressioni… sicuramente, in seguito, ti affideranno altri compiti più interessanti... se vuoi posso parlare io con i tuoi responsabili...».
Sapevo che lei aveva ragione, e che di certo dovevo sembrarle un ragazzo immaturo e capriccioso, ma sapevo anche che quel lavoro non faceva per me e che non avrei più cambiato idea. Quindi era meglio per tutti non perdere altro tempo. E poi non era la gavetta a spaventarmi, ma quel negozio, dove al massimo avrei potuto sperare, un giorno, di sostituire per qualche ora la Gibigiana femmina alla cassa.
La ragazza frugava velocemente tra i fogli, forse stava cercando la lista degli altri candidati per quel lavoro, quelli che avevano scartato per scegliere me. Di certo avrebbe fatto un giro di telefonate appena riagganciavo. Intanto provava a farmi cambiare idea, anche se con meno convinzione. Io aspettavo educatamente che finisse la frase che doveva dire, e intanto guardavo, al di là della strada, una vetrina della libreria Tau che incorniciava i due Gibigiana all’opera: stavano intrattenendo una coppia di suore e se la ridevano in modo esagerato, come sempre.
La ragazza avevo finito e io, tanto per evitare il silenzio, avevo aggiunto: «Probabilmente ho sbagliato a rispondere all’annuncio… forse lavorare in un negozio non fa per me…». Parlavo fissando lo spigolo del palazzo di fronte, perfettamente spartito tra un lato assolato e uno immerso in un’ombra notturna. «Ma ho preferito dirvi subito come stavano le cose…».
«Apprezzo molto la tua onesta» diceva lei.
Io ormai non la ascoltavo più. Ripetevo mi dispiace, così, solo per educazione. Ma in realtà non me ne importava niente. Lei mi chiedeva soltanto di aspettare ancora un paio di giorni, prima di decidere definitivamente. E io, per tranquillizzarla, dicevo che comunque avrei concluso quella prima settimana di lavoro e che sarei andato in negozio fino al sabato.
Poi avevo messo giù.

25.3.11

Vita da redattore_14

Gladia ha trasferito i libri che prima usava per il lavoro di redazione sulla mia scrivania. O meglio, li ha indicati con l’indice della mano destra e mi ha detto che potevo anche prendermeli, visto che a lei, ormai, non servivano più. Infatti il terzo volume del manuale di storia dell’arte, quello che seguiva lei, lo dovrò finire io. Così sulla sua scrivania, oltre al computer, è rimasto solo il leggio con il solito libro aperto alla solita pagina. E lei, diventata a tutti gli effetti la nostra nuova autrice fantasma, se ne sta lì, seduta sul bordo della sedia, a scrivere con aria davvero ispirata. Ricorda Sarah Jessica Parker in una puntata qualsiasi di Sex & the city, quando si siede in sottoveste al suo portatile vicino alla finestra e volge gli occhi al soffitto per trovare un’idea brillante da infilare in uno dei suoi fondamentali articoli. Ma Gladia è molto più brutta di Sarah Jessica Parker e, fortunatamente per noi, non si aggira in redazione mezza nuda. Anzi, da quando “scrive” ha adottato una tenuta che definirei esistenzialista: calzoni e dolcevita neri o grigi, dipende, e occhiali di plastica, neri anche quelli e probabilmente finti.
Comunque Gladia trascorre la maggior parte del suo tempo al telefono con gli Autori del manuale. Dopo la prima telefonata erano già diventati “grandi amici” (parole sue). Di cosa parlino esattamente non si è ancora capito. Più che altro si pavoneggiano, si lodano, si lusingano a vicenda. I tre vecchioni la chiamano a turno per corteggiarla, e lo fanno ogni giorno, con insistenza metodica. Ovviamente non sento quello che le dicono, ma posso immaginarlo dalle risate che lei cerca di soffocare e dal modo in cui abbassa la voce, pudicamente, per non farsi sentire. Se in questo modo vuole solleticare la nostra curiosità, ci riesce benissimo.
A giudicare da quanto si divertono, sembra che l’umorismo di Gladia – di cui non mi ero mai accorto – piaccia molto ai professori universitari di una certa età. A me tutto quel ridere dà fastidio, mentre gli altri redattori, come al solito, restano impassibili. Anche quando Gladia sghignazza o risponde alle battute salaci dei vecchioni emettendo certi urletti preorgasmici che fanno venire i brividi. L’unica cosa certa che abbiamo appreso da una delle ultime telefonate è che la settimana prossima i tre Autori verranno in redazione per discutere della lavorazione del libro e, soprattutto, per conoscere Gladia – una cosa alla quale, ha confidato lei stessa all’editor, “loro tengono moltissimo”.

27.2.11

Foto di famiglia_10

La sera dell'11 settembre, tornando a casa in treno, mi reggevo a una sbarra con lo sguardo immobile oltre i finestrini bui. Ero in piedi, circondato da gente nelle mie stesse condizioni. Non capivo se fossero ridotti così per la stanchezza del lavoro o per l’attentato alle torri gemelle. Nessuno parlava. Si sentivano solo i suoni meccanici dei freni e delle porte che si aprivano per lasciar defluire gruppi di persone mute. Dovevano essere quasi le nove, ma poteva essere un’ora imprecisata di un giorno, di un anno qualsiasi. Cercavo di dare un senso alle esperienze assurde di quella giornata ma non ci riuscivo. Mi immaginavo su quel treno le sere seguenti, per i sei mesi a venire, e mi mancava il respiro. Dopo mezz’ora di viaggio si era liberato qualche posto. Per fortuna, perché ero in piedi da tutto il giorno e mi facevano male la testa e la schiena. Guardavo gli altri seduti intorno a me, sembravano tutti svuotati, contagiati da qualcosa di sconosciuto. Forse eravamo solo spaventati. Molti avevano già visto le immagini delle torri che si sbriciolavano, mentre io, che avevo potuto sentire solo il racconto confuso fatto alla radio, quelle scene le avrei viste più tardi, a casa, mentre mangiavo qualcosa senza aver fame. Gli aerei si schiantavano a ripetizione contro le torri, esplodevano, i grattacieli crollavano su se stessi, uno dopo l’altro, senza fare rumore, su ogni canale, nelle edizioni straordinarie dei telegiornali che si succedevano a catena fin dal pomeriggio. E intanto provavo a raccontare ai miei genitori la mia prima, surreale giornata in libreria, cercando di mascherare, senza riuscirci, la mia delusione per quel lavoro che sapevo già di voler abbandonare. Mia madre con le lacrime agli occhi, un po’ per quello che vedeva in televisione e un po’ perché si preoccupava per me. Volevano un giovane laureato per cosa? Si chiedeva. Per metterlo a spolverare gli scaffali? Ripensava al giorno in cui mi ero laureato, a come era felice, e invece adesso si sentiva così triste, così delusa. Diceva di lasciarlo perdere subito quel lavoro, che tanto era solo un imbroglio. Io invece volevo provare ancora qualche giorno, fino alla fine della settimana, prima di prendere una decisione.
Poi ci eravamo messi a guardare non so quale programma. Ancora le torri che crollavano. Ovunque gli aerei, il fumo, la gente in lacrime che vagava per le strade della città annientata. Volti sconvolti ricoperti di polvere bianca. Mi ci stavo quasi abituando. E poi, all’improvviso, quelle immagini, le più spaventose, quelle di uomini e donne che per salvarsi (ma lo avevano pensato davvero?) si erano lanciati nel vuoto dai palazzi in fiamme. Corpi che precipitavano in silenzio per centinaia di metri, insieme ai fogli di carta, corpi che ruotavano su se stessi, senza peso, come manichini di plastica. Qualche anno dopo, in un documentario, avrei sentito il rumore di quelle cadute. Esplosioni sorde, disumane. Vedevo le immagini e pensavo a quelle persone che solo qualche ora prima, come tutti i giorni, avevano fatto colazione, si erano vestite, sbarbate o truccate e come sempre avevano salutato i figli, il marito o la moglie prima di uscire di casa. Non potevano immaginare che poco dopo si sarebbero suicidati saltando nel vuoto da un’altezza assurda, dove forse non volano nemmeno gli uccelli.
Più tardi, nel letto, oppresso da una stanchezza che non mi faceva dormire, i ricordi della mia ridicola giornata alla libreria Tau, il pensiero di doverci tornare il giorno dopo e di dover decidere se continuare con quel lavoro o lasciarlo perdere e cercare qualcos’altro, tutti quei pensieri, prima così preoccupanti, adesso sembravano una cosa da niente, senza nessuna importanza. Mi facevano quasi sorridere.

9.2.11

Vita da redattore_13

Mezz’ora più tardi l’editor mi ha chiamato nel suo ufficio. «Leggi» ha detto allungandomi il box di prova scritto da Gladia. «Leggi, e dimmi se non è praticamente perfetto!». In bocca a lui, che non fa mai complimenti a nessuno (tranne forse ai nostri grandi Autori), quel giudizio pesava, eccome. «Il volume che stava seguendo Gladia puoi benissimo farlo tu» ha aggiunto, distrattamente. «Non voglio che lei perda altro tempo con la redazione. Da questo momento in poi deve pensare soltanto a scrivere...». Parlando alzava gli occhi al soffitto, come se aggiornasse i suoi calcoli mentali. «Se poi è veloce come sembra, quando avrà finito con il libro di storia dell'arte le chiederò di darci una mano anche su altri libri… per esempio potrebbe aiutarci con la nuova edizione del manuale di psicologia di quell’incapace che è sempre in televisione...». Ecco, aveva già trovato come sfruttare al meglio la gallina dalle uova d’oro che gli era inaspettatamente caduta tra le braccia. «Leggi, leggi il box su Caravaggio» ha ripetuto battendo con l’indice sul foglio. «Questa ragazza ha proprio del talento» mi ha confidato sottovoce, e poi, stringendomi il braccio e fissandomi con due occhi spiritati: «una così è meglio non farsela scappare!». Io tenevo il foglio tra due dita senza riuscire a leggere una parola, ma si capiva a colpo d’occhio che il testo era già limato a dovere e che non superava nemmeno le duemila battute previste. Vedendomi lì imbambolato, l’editor non ha potuto trattenersi: «Gladia ha una preparazione davvero eccellente… Sarà un ottimo acquisto per l’Azienda. Ne sono convinto!». Ne era convinto, bene. E intanto, per la prima volta, aveva chiamato Gladia per nome.

2.2.11

Vita da redattore_12

Come c’era da aspettarsi, il giorno dopo Gladia si è presentata dall’editor con un foglio in mano. Era il testo di prova già pronto. Quello sulla Vocazione di san Matteo di Caravaggio. Era lì, ferma sulla porta dell’ufficio, con la faccia compiaciuta di una scolaretta che si aspetta un bel voto. L’editor, trasfigurato, le ha sfilato il foglio dalle mani e non la finiva più di ringraziarla, di dirle che non doveva, che non c’era fretta, che avrebbe potuto prendersi tutto il tempo che le serviva e altre piaggerie inutili, tipiche del suo stile. Si capiva benissimo a cosa stava pensando, era tutto contento che la ragazza fosse anche svelta. Lo conosco abbastanza per sapere che stava già calcolando in quanto tempo avrebbe potuto consegnare gli altri box. Poi ho sentito che la congedava proponendole di pranzare insieme, più tardi. Gladia ha accettato, è tornata al suo posto e non ha perso tempo, si è subito messa a scrivere a una velocità impressionante. Per me faceva finta. La sua faccia, mi sembrava, era già cambiata, aveva preso un’espressione diversa, ancora più grave del solito, perché ormai si era completamente calata nel suo ruolo preferito, quello dell’intellettuale precisa, seria, capace, coscienziosa. Una faccia da culo insomma.

26.11.10

Vita da redattore_11

L’editor, come è ovvio, ha preso Gladia in parola. Come non accogliere con gioia l’offerta della sua giovane, talentuosa stagista che si immolava per salvare dal naufragio il libro più importante dell’anno? Come rifiutare una simile manifestazione di amore per l’Azienda*? Questa soluzione gli sarebbe costata al massimo una pacca sulle spalle o un bel discorso di ringraziamento a lavoro concluso, e in più, se la ragazza dimostrava di essere valida, poteva anche impiegarla in qualche altro libro futuro. L’editor era raggiante. Ma Gladia, che non aveva ancora finito di parlare, si è alzata in piedi – facendo scattare verso di lei gli occhi di tutta la redazione, che a questo genere di cose, a gesti così romantici intendo, non è certo abituata – e ha continuato il suo discorso. Sempre con quel tono falso modesto, con quella vocina appuntita, terribile. Insomma ha dichiarato che sarebbe stata davvero onorata di contribuire, con la sua passione e la sua grande conoscenza della storia dell’arte, alla stesura di tutti i testi mancanti... Ci siamo guardati tutti. Nessuno parlava. Si poteva avvertire il brivido ghiacciato che ci trapassava veloce uno dopo l’altro. Frasi del genere, lì dentro, non le aveva mai pronunciate nessuno, tanto meno una stagista dell’ultima ora. Forse anche agli altri veniva da ridere come a me, ma stavamo fermi. Va bene l’entusiasmo dei giovani, ma Gladia si considerava addirittura una grande esperta d’arte. Aveva detto proprio così, più o meno. Quel vago senso di tenerezza che forse avevo provato all’inizio del suo discorso (dovuto più che altro al ricordo di come ero io quando ho iniziato a lavorare alla Giacobino), adesso si era dileguato. L’editor però la stava a sentire con ammirazione e non sembrava per niente perplesso dalle sue parole. Era preso in un fitto dialogo con lei – che risuonava limpido nel silenzio di tomba della redazione – e le stava già proponendo di scegliere uno qualunque dei box mancanti per provare a scrivere un testo di prova... «Ma sono sicuro che lei sarà senz’altro all’altezza del compito» aveva detto quasi per scusarsi. Noi altri potevamo anche andarcene, ma non lo facevamo, perché era divertente osservare fino a che punto si sarebbero spinti quei due. Ecco, diceva lui, che cosa ne diceva di iniziare con un box sulla Vocazione di san Matteo di Caravaggio? Le piaceva? Bene, allora non doveva fare altro che guardare come erano impostati gli altri, giusto per avere un modello di riferimento. Le avrebbe procurato subito un testo da tenere come esempio - e qui l’editor aveva guardato me, facendomi segno di prendere nota, perché il testo dovevo passarglielo io. E poi le aveva chiesto se le bastavano tre o quattro giorni per scrivere quel primo box. Sì? Perfetto. Così, dopo averlo valutato insieme, lei avrebbe potuto proseguire tranquillamente con il resto lavoro. Gli occhi dell’editor sfavillavano come i cristalli di un lampadario appena spolverato. Non aveva dubbi, insisteva, sempre più eccitato, la sua prova sarebbe andata benissimo. Lei era davvero perfetta per quel lavoro!

* Azienda con la A maiuscola, come piace dire all’editor.

15.11.10

Foto di famiglia_9

Il pomeriggio del mio primo giorno alla Libreria Tau i Gibigiana mi avevano mandato a pulire gli scaffali della videoteca al piano terra. La responsabile del reparto era una donna triste e mansueta che continuava a offrirmi caramelle. Spostavo le videocassette e i dvd per pulire i ripiani di vetro e ogni tanto, per distrarmi, leggevo le trame dei film che avrei voluto vedere. Tutta la produzione di Bergman, che all’epoca mi attirava molto, e poi Buñuel, Renoir e il Decalogo di Kieslowski, che avrei rivisto volentieri. La videoteca era fornita del meglio in circolazione e la roba propriamente religiosa, per fortuna, era quasi nascosta in un angolo. Se mi avessero lasciato lì ci sarei rimasto volentieri. Forse, fantasticavo, avrei potuto comprare qualche videocassetta con lo sconto o avere gratis dei fondi di magazzino, se ne avevano… I Gibigiana però erano stati chiari, serviva solo una bella spolverata a tutti gli scaffali, poi dovevo ritornare al piano di sopra. Il mio posto era quello.
La signora alla cassa aveva una radiolina accesa su un canale della rai e all’improvviso, poco dopo le tre, le trasmissioni erano state interrotte da un’edizione straordinaria del radiogiornale. Un’inviata da New York aveva notizie importanti da dare. La sua voce era sconvolta, diceva che le scene a cui stava assistendo sembravano quelle di un film. La signora triste aveva alzato il volume. Sentivo la giornalista raccontare che alle nove meno un quarto locali un aereo era andato a schiantarsi contro una delle torri del world trade center. Era letteralmente entrato nel grattacielo. Poi si era scatenato un incendio. Non si avevano ancora notizie sul numero delle vittime e dei feriti. Qualcuno aveva parlato di un elicottero, altri di un piccolo aereo da turismo, ma probabilmente si trattava di un grande bimotore, lo confermavano molti testimoni… E poi, qualche minuto prima, mentre si cercava ancora di capire che cosa fosse successo, mentre tutti guardavano le immagini trasmesse alla televisione e la gente, che si era raccolta per strada, fissava la torre nord che andava in fiamme, a quel punto era successo qualcosa di inimmaginabile. Un secondo aereo si era diretto a tutta velocità contro l’altra torre. Tutti avevano visto l’enorme esplosione, la fiammata che tagliava in due l’edificio, il fumo nero che saliva in cielo. La giornalista faticava a pronunciare le parole, le tremava la voce. Continuava a ripetere delle fiamme, del fumo nero, densissimo che si alzava dalle torri, come se cercasse di convincersi di quello che era realmente successo. Gli americani stavano seguendo la diretta sulla cnn, ma le informazioni erano poche. Era una cosa incredibile, gridava, era chiaro che non poteva trattarsi di un incidente. Stava per mettersi a piangere. Gli aerei si erano diretti volutamente contro le torri gemelle. Quello a cui stavano assistendo era un attacco terroristico mai visto prima…
La signora alla cassa ascoltava pietrificata e ansimava, sbuffava, forse aveva una crisi d’asma. Io non mi ricordo altro, so solo che mentre ascoltavo continuavo a spolverare, e che mi sembrava assurdo. Quelli che entravano in negozio e sentivano la radio non ci facevano caso, forse pensavano a qualche romanzo radiofonico, pagavano e uscivano.
Verso sera, i Gibigiana avevano liquidato la faccenda con una battuta cretina delle loro, poi si erano messi a controllare i conti della giornata.

1.11.10

Vita da redattore_10

L’editor non ha ancora chiarito come intende risolvere la questione “all’interno della redazione”. (Parlo del lavoro piantato a metà dal giovane studioso di storia dell’arte sparito nel nulla.) Un’equa spartizione del compito tra tutti sarebbe la cosa migliore, ma in casi come questi i redattori assunti sono esclusi in partenza: primo perché non hanno nessun obbligo di accollarsi una fatica extra, secondo perché non sono mica scemi. Al massimo lui chiederà l’aiuto dei collaboratori, gli unici che potrebbero accettare senza fare una piega. Chi ha un contratto a progetto, infatti, ci pensa sempre due volte prima di rifiutare un lavoro, anche ingrato o sottopagato, perché ha paura che, dicendo un no, in futuro non gli offriranno nemmeno quello.
L’editor potrebbe anche chiedere a me di occuparmi del lavoro, visto che sto seguendo il manuale. In fondo si tratta di scrivere una serie di schede biografiche (noi le chiamiamo box) dedicate ai grandi artisti e ai capolavori dell’arte, dall’ottocento fino a oggi. Lo potrebbe fare qualunque redattore dotato di tempo e di buona volontà. Ma lui non mi ritiene all’altezza. Tanto meglio, comunque: primo perché non ho tempo, secondo perché la buona volontà l’ho esaurita da un pezzo.
Nella riunione convocata in fretta per trovare una soluzione alla crisi, l’editor ha spiegato la situazione a tutti noi, schierati a semicerchio intorno alla sua scrivania come succede sempre nei momenti drammatici. Non lasciava intuire dove sarebbe andato a parare. Forse stava per fare l’impensabile, forse voleva spartire il lavoro fra tutti i redattori. Ma non saprò mai che cosa avesse realmente escogitato, perché proprio un attimo prima che iniziasse a parlare, la stagista si è messa a cinguettare che, se per lui andava bene, ci avrebbe provato lei a scrivere i box mancanti.
Non ho mai provato un briciolo di simpatia per Gladia, eppure devo ammettere che in quel momento, per un secondo, ho pensato che qualcuno di noi doveva dire qualcosa, fermarla subito, prima che fosse troppo tardi. Perché la poveretta, accecata dall’ambizione, non sapeva a cosa andava incontro. Era abbastanza inesperta da credere che questo lavoro le avrebbe aperto chissà quali prospettive nel mondo editoriale. Non capiva che si sarebbe risolto in una gigantesca rottura di palle. Ma non ho mosso un dito, non ho parlato. E così gli altri. In fondo, mi sono detto, l’esperienza le servirà per il futuro.
Le parole di Gladia sono state accolte dal silenzio compatto della redazione, seguito da un senso di sollievo, un calo di tensione generale. Qualcuno, ho notato, ha fatto per ritornare al proprio computer, sgravato di tutto, incredulo. Il problema era già risolto. Io intanto pensavo che forse, qualche anno fa, avrei fatto come Gladia e mi sarei offerto spontaneamente, perché ero ancora convinto che valesse la pena di mettersi in mostra, perché pensavo che uno sforzo del genere potesse servire. Ma a cosa? Ero forse pieno d’ambizione come lei? O forse l’ambizione non c’entra, forse la ragazza ha solo voglia di dimostrare che lei vale qualcosa, che non starà immobile, come noi, senza fiatare. Non lo so. So solo che l’idea di offrirmi volontario, questa volta, non mi ha nemmeno sfiorato.

24.10.10

Foto di famiglia_8

Nel reparto di oggettistica sacra della Libreria Tau c’erano altri due commessi oltre a me. Erano entrambi sulla cinquantina e vestiti di nero, uno grasso, l’altro magrissimo. Sembravano ex seminaristi o preti spretati. Nessuno ci aveva presentati e io non me la sentivo di conoscerli, primo perché sapevo che tanto me ne sarei andato presto, e quindi mi sembrava inutile, secondo perché i due non mi ispiravano per niente. E poi, indaffarato com’ero con stracci e vetril, non mi restava molto tempo per le chiacchiere. Quello grasso si occupava dei dischi di musica classica e religiosa, che continuava a riordinare maniacalmente, anche perché quel settore era quasi ignorato dai clienti e lui, a quanto potevo vedere, non aveva molto da fare. Selezionava anche le musiche da diffondere nel negozio (i soliti Carmina Burana o imbarazzanti versioni new age di certi canti gregoriani), e quando i Gibigiana gli facevano i complimenti per qualche brano che aveva scelto, lui si applaudiva da solo e gongolava tutto eccitato, come un bambino. L’altro commesso, quello magro, faceva la spola tra il negozio e il magazzino nel seminterrato. Trasportava scatoloni con il montacarichi, li svuotava, smistava la merce sui vari scaffali e tornava sottoterra. Portava due pesanti maglioni infilati uno sull’altro (ricordo che eravamo a settembre), e di lui non saprei dire altro.
Avevamo un’ora di pausa per il pranzo. I due commessi erano usciti a turno per mangiare e all’una e mezzo erano già ritornati. La Gibigiana femmina se ne era andata quasi di corsa, per sbrigare la faccenda alla svelta. Il maschio, rimasto a presidiare la cassa e a dare ascolto ai clienti, che neanche a quell’ora accennavano a diminuire, a un certo punto mi aveva chiesto: «Scusa, mi ricordi il tuo nome?» Glielo avevo ricordato. «Bene, Daniele, se vuoi puoi andare adesso a mangiare, oppure, se preferisci aspettare mezz’ora, posso venire a farti compagnia». Ovviamente non me lo sono fatto dire due volte, sono uscito subito.
Di quel primo pranzo solitario, stranamente, non ho nemmeno un ricordo.

17.10.10

Vita da redattore_9

Uno degli autori fantasma* del Manuale di storia dell’arte al quale sto lavorando ha dato improvvisamente forfait. Il motivo del suo abbandono non è chiaro ma lo si può facilmente intuire: il carico di lavoro troppo gravoso, gli impegni e le scadenze accademiche da rispettare, il compenso misero (il poveraccio guadagnava sicuramente meno di un custode dei cessi pubblici), oppure, molto probabilmente, una disastrosa miscela di tutte queste cose. Fatto sta che il tizio, arrivato a metà dell’opera, ha telefonato all’editor e gli ha semplicemente detto che gettava la spugna. Inutile proporgli più soldi (pochi comunque), o qualche altra settimana di tempo per scrivere i testi - tutte cose che l’editor ha fatto regolarmente. Non era disposto a ripensarci e non voleva più sentir parlare della Giacobino scuola. Ha riattaccato. Poi non ha più risposto al telefono. Alla fine è sparito.
La stessa cosa era già capitata qualche anno fa con l’assistente di uno psichiatra famoso – uno di quelli che vanno sempre in televisione a dire banalità quando qualcuno fa a pezzi i genitori, i figli o i vicini di casa – assistente che avrebbe dovuto scrivere un intero manuale di psicologia al posto del luminare, troppo impegnato con la tv, e che invece, da un giorno all’altro, è scomparso senza dare spiegazioni. Molto tempo dopo abbiamo saputo che aveva abbandonato l’università e si era trasferito in Germania, dove oggi fa il camionista.
Tornando al libro di storia dell’arte, adesso si tratta di rimpiazzare al più presto l’autore fantasma, anche perché i tempi, come al solito, stringono.
Gli assistenti dei tre Autori ufficiali sono già schiavizzati all’inverosimile e non possono certo sobbarcarsi anche questa parte del manuale. Dove trovarlo allora qualcuno disposto a lavorare molto, per almeno tre mesi, in cambio di pochi soldi? (E della soddisfazione di vedere il proprio nome stampato in un minuscolo corpo 7** nella pagina dei crediti, all’ambigua voce “revisione dei testi”.)
Gli Autori – che non solo non hanno scritto una riga del libro ma non rileggono nemmeno quello che scrivono i loro sottoposti – non hanno sprecato un minuto per risolvere la questione e l’hanno rovesciata sull’editor. E lui non poteva fare altro che iniziare un penoso giro di telefonate per proporre il lavoro a qualcuno di sua fiducia. Io l’ho aiutato dettandogli quasi tutti i numeri che aveva in agenda, quelli di una sfilza di intellettuali falliti e di studiosi alla canna del gas che gli sono stati caldeggiati negli anni dagli autori di punta del Gruppo Giacobino. Di solito si tratta di professori che nel tempo libero sgobbano gratis in qualche università o collaborano in segreto anche con altri editori. Gente disposta a uccidere per aggiudicarsi la curatela di qualche opera inutile, per riuscire finalmente a vedere il proprio nome stampato su un frontespizio.
Arrivato all’ultimo nominativo dell’elenco, comunque, l’editor si è ritrovato con decine di rifiuti inanellati uno all’altro come i grani di un rosario. Non sapeva più chi chiamare. Fissava il vuoto in silenzio, sfinito, in attesa di un’idea che proprio non gli veniva. L’unica ipotesi che restava, ha detto, era quella di risolvere la faccenda all’interno della redazione.

*Gli autori fantasma (chiamati anche schiavi o negri) sono quelli che scrivono testi per conto di un Autore, più o meno famoso, che li firma con il proprio nome. Senza questi “schiavi” (a volte sono gli stessi redattori) forse non esisterebbero molti dei libri sfornati ogni anno dalla Giacobino e da tutti gli altri editori, e nemmeno alcuni best-seller che riempiono le classifiche.
** Cioè la grandezza del carattere, che viene espressa in punti.

9.10.10

Foto di famiglia_7

La mattina del mio primo giorno in libreria l’ho trascorsa in cima a una scaletta a spostare madonnine di gesso di tutte le dimensioni. Oltre a spostarle, avevo il compito di spolverare i ripiani più alti degli scaffali. E a giudicare dallo strato di polvere che li copriva, ero il primo a farlo da quando il negozio aveva aperto i battenti. Evidentemente era per questo che cercavano un laureato in materie umanistiche.
Lì in alto, comunque, non era poi così male, potevo anche guardare fuori dalle finestre affacciate sull’impressionante abside del duomo.
Ogni tanto i Gibigiana mi chiamavano (scusa, mi ricordi il tuo nome?) e mi davano istruzioni tipo: «le Madonne di Lourdes vanno in prima fila, in ordine di altezza, poi, subito dietro, devi mettere quelle di Loreto, sempre in ordine di altezza, mi raccomando!». Io eseguivo, macchinalmente, e rimettevo tutto esattamente come era da sempre. Mi prendevo solo la libertà di vedere a che cifre vendevano quella roba. L’unica cosa più assurda del loro prezzo era l’idea di poterne comprare una.
Spostavo una madonna, rimuovevo la polvere dalla mensola (uno strato compatto e gommoso come moquette) e riposizionavo la statua. Poi davo un’occhiata dalla finestra e invidiavo la gente che passeggiava senza far niente là sotto, nell’azzurro cristallino di quell’avanzo d’estate.
Una cosa era certa: lavoravo alla Libreria Tau da poco più di due ore e avevo già deciso di scappare.
Nei tre minuti di pausa che mi erano stati gentilmente concessi dal Gibigiana maschio, mi ero rinchiuso nel bagno dello sgabuzzino per elaborare un piano d’azione. Un piano molto semplice: avrei aspettato fino alla pausa pranzo, quindi sarei uscito per mangiare qualcosa e non avrei più fatto ritorno. Non proprio un comportamento corretto, va bene, ma ogni volta che sentivo le imprecazioni dei Gibigiana (Oh porcapastiglia!), seguite dalle loro risate sincroniche, mi venivano i brividi. Guardavo gli stolidi volti “dipinti a mano” delle madonne per trovare approvazione, e mi dicevo che chiunque, al mio posto, avrebbe fatto lo stesso.
Ovviamente, durante l’ora successiva - passata a ripulire le mensole con le statue di san Francesco - ho continuato a perfezionare il mio piano. Alla fine ho trovato una soluzione migliore: mi sarei dato un paio di giorni di tempo, e se le cose non fossero cambiate avrei chiamato la ragazza dell’agenzia per dirle che quel lavoro non faceva proprio per me. In fondo avevo tutto il diritto di farlo, ero ancora nel mio periodo di prova, o no?
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